- RIFLESSIONE: materiali o link
verso siti dove si espongono concetti ed elaborazioni inedite o
non scontate sulle ragioni politiche, storiche, antropologiche,
ecc. che motivano il cosiddetto astensionismo elettorale nelle democrazie
fondate sul suffragio universale;
- BIBLIOGRAFIA:
materiali o link verso siti in cui sono riscontrabili gli estremi
indispensabili per aprire un'argomentazione seria e senza pregiudizi
sulla capacità del voto di essere ancora il mezzo principale
per l'espressione della volontà popolare e democratica;
- DOXA:
materiali o link verso siti in cui si riportano opinioni autorevoli
e argomentate, anche diverse dalle nostre, sul tema dell'astensione;
- :
nostra valutazione da 0 a 5 stelle dei contenuti del link .
- Ancora della serie "A futura memoria". Pubblichiamo
l'opinione di Marcello Veneziani che è l'unico in questa
rassegna che non prende alcuna posizione personale sull'astensione
o sul voto.
Si limita infatti a dare una disincantata versione delle velleità
sia di chi vota sia di chi dice di volersi astenere, limitando
gli elettori che sulla questione non ci dormono a quei pochi
che si troverebbero schiacciati tra i due poli e le rispettive
estremità. Nessun travaso tra destra e sinistra, poca
astensione.
Insomma, alla fine poche indecisioni e alle urne con molta malavoglia.
Insomma la solita Italia sfigata e perdente in cui la Casa delle
Libertà sarebbe di nuovo una rassegnata "casa del
nespolo", sorda ad entusiasmi d'altri tempi e in linea
con gli orizzonti più bigi del mare di Aci Trezza.
- Della serie "A futura memoria". Pubblichiamo l'opinione
a favore del voto di Oliviero Beha per l'ovvia autorevolezza
dell'autore, non mancando di notare però un paradosso
nella sofferta e tortuosa espressione della sua opinione: Beha
afferma di votare parlando solo e sostanzialmente per antinomie
ovvero preoccupandosi solo delle ragioni dell'astensione.
Infatti rimuove le ragioni del voto al punto di non dire per
chi vota, ne di farlo capire tra le righe.
Infatti è costretto ad ammettere che "Così
ho smontato politicamente,razionalmente e umoralmente la catena
di ragioni per cui avrei disertato volentieri per la prima volta
nella mia vita di elettore.".
E meno male che non si tratta, come nel nostro caso, di un irresponsabile
alfiere dell'anti-politica.
- Ci arriva una segnalazione in merito ad una particolare iniziativa
di Par conditio di un blogger che, per la chiusura della
campagna elettorale, ha deciso di pubblicare l'appello conclusivo
di Moana per il PdA alle elezioni amministrative del 1993.
Ci rendiamo perfettamente conto che in una campagna elettorale
dove le uniche vivacità, dal punto di vista contenutistico
e mediatico, sono state l'astensionismo responsabile (che non
si è visto e che non può fare appelli tv) e Giuliano
Ferrara, Moana e il PdA hanno ancora oggi gioco fin troppo facile...
Non siamo nostalgici ma ringraziamo il blogger e pubblichiamo
anche noi la tribuna di Moana, convinti che lei ci avrebbe seguito
anche oggi nella campagna astensionista, tanto per la scarsissima
vocazione "governativa" e borghese che dimostrò
in una vita senza sotterfugi e conformismi, quanto per la sua
conseguente e rara capacità di indignarsi profondamente
per la disonestà morale e in particolare per quella politica,
per la sua concreta vicinanza agli umili e agli sfruttati, che
sarebbe stata oggi esattamente come allora (quando il voto di
protesta fece del PdA una delle bandiere popolari contro Tangentopoli,
ma non fu abbastanza numeroso da salvare l'Italia da Veltrusconi.
Italia che in questo senso si merita la classe politica che
ha, secondo il vecchio adagio, non essendosi invece meritata
Moana o le persone oneste come lei. Meditate gente...).
Noi del PdA continuiamo quella lunga marcia: il nostro ex-Voto
significa apppunto che pensiamo a Moana e ci asteniamo (dal
votare).
E così abbiamo fatto pure la nostra tribunetta politica
finale.
-
11 aprile DOXA
- In un modo che non poteva che essere diametralmente speculare
a quello della Bindi (PD), riportato qui sotto, Berlusconi (PdL)
vede nell'astensionismo non un vantaggio per il suo partito,
come gridato dalla Bindi e da tutta la sinistra (che se così
fosse l'astensionismo dovrebbe trovare nel leader del PdL un
suo magari tacito sostenitore), bensì una "vera
incognita", secondo quanto oggi ci manda a dire:
La vera incognita per l'ex premier - spiegano dal quartier
generale di Forza Italia - è l'astensione. Nelle Politiche
del 2006 andò alle urne l'82% degli italiani e, stando
ai calcoli di Berlusconi, con un'affluenza attorno al 78-79%
il Popolo della Libertà può dormire sonni tranquilli.
Al contrario, sotto questa quota, la situazione si complicherebbe
a Palazzo Madama, ma non a Montecitorio.
Anche la matematica dell'astensione, dunque, diventa materiale
per un'estrema doxa speculare per i due poli del bipolarismo
PdL/PD, senza alcun referente nella concreta volontà
politica dell'elettorato, paradosso che poggia sulla sostanziale
perdita di peso politico del voto, con il palese capovolgimento
dell'unico valore politico ed "elettorale" rimasto
all'elettore proprio nell'astensione manifesta, come sfida ad
un meccanismo di rappresentanza sostanzialmente indifferente
alla sua volontà.
- Quasi a bocce ferme, arrivano gli ultimi comunicati elettorali.
Neanche Rosy Bindi, anche dati i risultati personali alle primarie,
non poteva non dedicare un comunicato in extremis contro l'astensione,
forse anche con un occhio all'astensionismo cattolico.
Data la rara schiettezza e il minimo narcisismo autoreferenziale
del personaggio politico, non si può non osservare nel
merito del suo comunicato:
1) che imputare a Beppe Grillo il fenomeno dell'astensione
significa solo che anche la Bindi non vede fuori dell'ottica
della propaganda politica mediatizzata di cui fa parte, ovvero
non valuta il fenomeno nella sua interezza, complessità
e prospettiva (obiettivo che il Pda si è dato all'inizio
della campagna elettorale nel compilare questa articolata e
commentata rassegna, scommettendo sul fatto che alla fine ci
sarebbe stato materiale per una memoria unica nella storia elettorale
italiana). D'altronde credere che l'attuale crisi di rappresentanza
della politica possa risolversi nel confronto con un Masaniello
catartico, è prospettiva rosea se non legata ad un'idea
ottocentesca e confessionale della partecipazione popolare;
2) che dire "L’astensione premia
chi sta facendo una campagna elettorale insultando gli avversari
e senza avanzare proposte." è segno di non aver
ancora potuto o voluto studiare una rassegna come la nostra,
se si vuole, come si vuole, escludere la malafede del comunicato.
- Il "Cavalier della compagnia"
liberal-pornocratica italiana ("che è ferito e
sta per morir", a causa del risultato delle elezioni
e per le numerose micro-azioni di commando portate a segno dal
nostro Partito dell'Amore, del quale ha attribuito spesso il nome
di battaglia alle sue Sturmtruppen, tanto per confondere
il nemico), ieri ci manda a dire dalla sua porno-Alpina
Z.(la candidata-gerarca del Circolo della Libertà di Lecco,
porno-Kapò Federica Zarri), il seguente messaggio in e-mail
battagliera (tutta in maiuscolo):
"BASTA SCEMENZE, IL PARTITO DELL'AMORE E' UNA BUFFONATA,
UNA PAGLIACCIATA.
FEDERICA ZARRI E' L'UNICA ATTRICE HARD CHE PUO' CAMBIARE L'ITALIA.
LE COSIDETTE PORNOSTAR SONO TROPPO TONTE PER FARE POLITICA.
DROGATE E INCOCAINATE.
COMUNISTI DI MERDA, TUTTI IN GALERA."
- leggi
l'e-mail di Federica Zarri al PdA
La dobbiamo mettere nella sezione Teoria o nella
sezione Prassi? O aprire una sezione Isteria?
O forse dovremmo aprire direttamente una sezione G.A.P.,
come fecero i nostri nonni (cfr. Gruppi d'Azione Partigiana, classe
1944 e non 1970: "la Gap quand'è'l che ariva, non
lascia lettere ne biglettin./ Non stà 'a bussar la porta,
sei già persona morta, che'l popolo t'ha condannà!").
Ai posteri l'ardua sentenza? No, meglio al nostro avvocato.
Meglio "Giustizia e libertà" per la nostra
porno-Guardia Carceraria Z. e per la nostra povera porno-Repubblica.
D'altronde sulla parabola discendente del femminismo
di destra abbiamo già detto.
Intanto guardate qui a sinistra il simbolo politico della porno-Staffetta
Z.: che vi ricorda, moooolto alla lontana?
A noi ricorda dalla A di Amore (passando per la M di Moana) alla
Z di Zarri. Sì, ci siamo capiti: dalla serie A alla Z.
Certo, che bella croce si è preso il PdA con 'sta Pornocrazia
italiana...
- Non possiamo non riportare l'unica opinione
contraria all'astensione che ci sentiamo di prendere in considerazione
con attenzione, non perché condividiamo l'opinione e la
collocazione politica di Lucio Manisco, né per il rispetto
per la rara coerenza di questo autore, bensì perché
la sua valutazione negativa sull'astensione viene da posizione
di tale non conformità al Regime che comunque non è
argomentata con i soliti e furbi cliché.
Meno che sul paragone dell'astensionismo italiano con quello,
inefficace, degli americani, questo sì luogo comune che
molto circola anche in rete, sul quale prendiamo l'occasione di
fare le nostre seguenti notazioni:
1) che gli Stati Uniti hanno un sistema bipolare maturo
e il presidenzialismo da decenni, il cui risultato sociale è
un'astensionismo di disaffezione e di impotenza politica (che
poi si organizza da sempre in forti movimenti d'opinione e dal
basso);
2) che, in Italia, a differenza che negli U.S.A., il bipolarismo
è ancora l'espressione di un modello di potere coloniale
e imposto dall'alto (dal modello euro-atlantico del dopo muro
di Berlino, nuova espressione della spartizione italiana nel dopo
Yalta tra Russia e U.S.A.), dunque estraneo alle ragioni proprie
della nostra unità nazionale, che stenta a coincidere con
quelle di una Repubblica nata dal referendum abrogativo del dopoguerra
e ancora mai sostanziata e identificata oltre i termini di quella
spartizione anglo-sovietica, che fece seguito alla sconfitta dell'Italia
fascista.
Non possono quindi essere liquidati facilmente i connotati "patriottici"
che l'astensionismo di queste elezioni mette in gioco contro la
corruzione della sua classe politica (il governo di Prodi è
caduto su Mastella, mica su un Falcone o un Borsellino o un Aldo
Moro o un Pinelli, che pure bastò ad aprire la lunga parentesi
di extra-politica ancora oggi aperta in Italia, e che durerà
finché avremo Berlusconi/Di Pietro in Parlamento
invece che imprenditori e magistrati al loro posto).
Come non si può non vedere che questo astensionismo
responsabile è la continuazione della cosidetta e recente
anti-politica (anche qui un alfa privativo che va notato),
e che questo nuovo insieme è certamente l'unico
che esprime con decisione e per la prima volta la volontà
di impedire che un sistema di rappresentanza oligarchico (come
quello subito dagli americani, ma anche dai francesi, o dai Turchi,
o dagli Iraniani, ovunque una nazione voglia sottrarsi alla mondializzazione
dell'economia politica di mercato) si istalli dal 15 aprile anche
in Italia e proprio con il pieno sostegno di tutto l'elettorato.
Potremmo concludere dicendo che l'astensionismo americano nasceva
dalla forza della falce e martello (sovietica) e quello italiano
di oggi nasce dalla debolezza della falce e martello (italiana):
ci pare proprio tutto un altro scenario (infatti c'è chi
parla, impropriamente e vampirescamente, di un astensionismo di
sinistra che semmai è di anti-sinistra), con
differenze che, se fossero capite, offrono prospettive politiche
tutt'altro che catastrofiche, con una Nazione che si può
salvare proprio come si può salvare la faccia.
Auguri a chi le vuole tutte e due, la Patria e la faccia.
- Trash-story di Regime, seconda parte:
dopo il culo, il leccaculo pornocratico. Come da copione, la congiunzione
degli opposti (l'omologazione) continua. Ecco come va a finire
la story della pornocrazia partitocratica alla Schicchi:
da trasgressiva a politicamente corretta (inoffensiva,
servile, pubblicitaria e mercantile).
Fatta appunto la pubblicità alla premiata ditta PS-Grillini-Schicchi,
la compagna Milly si incipria il naso e singhiozza contrita allo
sceriffo italo-americano Boselli, come una cocotte smarrita
nel Far-West elettorale di una miniserie political-spaghetti
di serie B (e perciò massimo del cult all'italiana):
''Mi scuso pubblicamente con Enrico Boselli, dopo le polemiche
per l'affissione dei manifesti elettorali a Romà'.
Così Milly D'Abbraccio, candidata socialista in due municipi
di Roma. L'attrice, nota per aver interpretato film porno, ha
fatto affiggere manifesti per pubblicizzare la sua candidatura
con un fondoschiena in mostra e lo slogan: ''Basta con i soliti
manifesti tutti uguali, basta con le solite facce da c... in politica
è ora di cambiare facce'. ''Ha ragione - spiega D'Abbraccio
- quei manifesti non andavano realizzati in quel modo e soprattutto
non andavano affissi. Mi scuso davvero, spero di non aver danneggiato
il mio partitoutilizzandone il marchio senza neanche averne
chiesto l'autorizzazione'". (Agr)
Dato che è quasi un dovere per il PdA pronunciarsi su questo
caso ipermediatizzato, magari non proprio con il nostro stile,
ci sentiamo di dire molto opportunamente (anche a nome di qualche
esponente più sfruttato della porno-categoria):
- Se sul fatto, da noi sostenuto, che voto
al bipolarismo partitico e pornocrazia sono sinonimi
avevamo bisogno di una conferma, il PdA ringrazia i socialisti
e la candidata Milly d'Abbraccio (the dark side of Moana)
per avercela data, pur se con un messaggio tardivo anche se condivisibile.
Il nostro invito a fare un ex voto, un voto di astensione,
con questo caso raggiunge il suo significato più pieno.
Non si capisce poi cosa abbiano da lamentarsi i socialisti, inventori
negli anni ottanta del Trash di Regime e della politica-spettacolo,
quando commentano ipocritamente il manifesto con la seguente nota:
“Il manifesto di Milly D'Abbraccio rappresenta una scelta
autonoma di un candidato circoscrizionale di Roma, e per stile
e contenuto non è assolutamentte conforme alla linee e
alla tradizione del nostro partito”. E' quanto ha affermato
una nota dell'Ufficio stampa del Partito socialista, che ha aggiunto:
“La signora D'Abbraccio rimane un candidato circoscrizionale,
non è una candidatura strategica e ci auguriamo vivamente
che abbia il buon gusto di rimuovere al più presto quei
manifesti e di non perseverare nell'affissione”. leggi
la nota
Infatti basterà confrontare il manifesto della d'Abbraccio
con quello di Moana, per capire al volo la differenza tra partitocrazia
pornocratica e noi del PdA nel modo di intendere il tricolore
e la Repubblica:
- Ancora su Marco Travaglio perso alla causa astensionista
(anti-astensionista) o ancora occupato nelle cause perse (giustizialista)?
Un solo appunto, quasi su un lapsus, là dove afferma:
"Il non voto, anche se massiccio,
non viene tenuto in minimo conto dalla partitocrazia: anche se
gli elettori fossero tre in tutto, i partiti se li spartirebbero
in percentuale per stabilire vincitori e vinti. E infischiandosene
degli assenti, che alla fine hanno sempre torto.".
Punto.
Quest'idea che gli assenti hanno sempre torto, che può
anche starci tra presenzialisti di destra e di sinistra, campioni
italiani di occupazione di studi televisivi a colpi di par
conditio, trascura però la fondamentale regola democratica
che vuole che anche i nani comincino da piccoli (si riveda il
sistema sociale, così simile a quello attuale in Italia,
che Werner Herzog ci mostra nel film "Anche i nani hanno
cominciato da piccoli").
In quel lapsus Travaglio, come un novello Marat mediatico, dimostra
un disincantato disprezzo, non tanto per quei cittadini-elettori
che si votano al non voto sulla propria pelle (ovvero senza la
copertura politica di Partiti e partitini), quanto per il dato
palese che la democrazia è per antonomasia l'espressione
politica delleminoranze, per non dire della parte
più povera dell'elettorato, per non dire di una buona quota
del popolo italiano che non esprime la sua sfiducia alla "casta"
tutti i giorni in televisione, come fa Travaglio, ma che democraticamente
intende farlo con l'astensione responsabile nell'unico giorno
in cui ne ha la possibilità, il giorno del voto.
Proprio quel giorno Marco Travaglio invece voterà,
a futura memoria, infischiandosene degli assenti, che alla
fine hanno sempre torto....
Ma Marco Travaglio non aveva scritto (vedi
sopra), testualmente: "...penso che l’astensione
– a cui sono stato a lungo tentato – finisca col
fare il gioco della casta, anzi della cosca. Il non voto, anche
se massiccio, non viene tenuto in minimo
conto dalla partitocrazia: anche se gli elettori
fossero tre in tutto, i partiti se li spartirebbero in percentuale
per stabilire vincitori e vinti. E infischiandosene degli assenti,
che alla fine hanno sempre torto. Dunque penso che si debba
essere realisti, votando non il "meno peggio", ma
ciò che si sente meno lontano dai propri desideri."?
Bene, il Cd del Partito dell'Amore, dal suo angolino web-mediatico,
gli ricorda e manda a dire:
- 1) che il termine partitocrazia, per
noi intellettuali dissidenti e carduccianamente barbari (Odio
l'usata poesia: concede/comoda al vulgo i flosci fianchi e senza/palpiti
sotto i consueti amplessi/stendesi e dorme.), di area ex-radicale
nella quale il detto fu coniato in tempi non sospetti, esso
pasolinianamente significa e comprende a pieno titoloanche i partiti della sinistra riformista italiana, prodiana
o veltroniana che sia;
- 2) che gli eminenti "ripensamenti" che si
verificano a sinistra in questi giorni, vere e proprie "conversioni
laiche" se non "Rappel à l'ordre"
(se ci si riferisce alla forsennata opera di gesuitica "Propaganda
fide" posta in essere da quella meraviglioso Opus di
intelletualli-teologico-laici che fa capo alla rivista MicroMega),
stanno a dimostrare che la casta partitocratica, di
cui la sinistra fa parte, a differenza di quanto affermato
da Travaglio, tiene sempre più in grandissimo conto
l'astensionismo, come una nuova e possibile forma di scardinamento
di quel progetto egemonico che si fonda sul mantenimento
di quella dialettica unità/opposizione su cui si è
sempre fondata la stessa possibilità di esistenza politica
della Sinistra: essere opposizione/vittima della Destra sociale.
- Con Valentino Parlato, nuovo pronunciamento
fedele alla linea dei conservatori di sinistra, che invece
del "turatevi il naso" ci squadernano il solito
rimproverio "fate il gioco della destra" ("i
fascismi nascono e crescono nel decadimento della politica"),
quando in realtà ci stanno disonestamente dicendo di continuare
a sostenere il progetto egemonico della sinistra anche al costo
di andare a votare con una legge elettorale che molti cittadini
e intelletuali onesti considerano anti-democratica e anti-costituzionale,
la qual cosa è il sintomo che chi parla rappresenta proprio
quel decadimento della politica nell'attuale fascismo o autoritarismo
bipartitico che l'astensionismo vuole invece combattere senza
compromessi, sul piano morale e democratico.
Forse a lorsignori ancora sfugge che a minacciare il Palazzo
oggi non sono più gli opposti estremismi nei quali
si sono formate, nel 1968, le loro classi dirigenti che, pur se
deboli, anti-popolari e borghesi, hanno dato fiato e forza a quel
Sistema che dicevano di combattere, riciclandosi in quelle minoranze
ideologiche che hanno contribuito a farlo campare e crescere
per altri trentanni, che quest'anno noi festeggiamo con l'augurio
di archiviarli per sempre.
- Da Giuliano Ferrara a Nanni Moretti passando
per Giovanni Lindo Ferretti (destra, sinistra e centro): finalmente,
con la dichiarazione di Moretti, si è conclusa anche a
sinistra la predica intellettuale degli splendidi cinquantenni
mediatici, della "mejo gioventù degli anni ottanta"
che è all'origine della doxa che ufficialmente rappresenta
tutto l'arco costituzionale dell'attuale bipolarismo politico
italiano.
All'origine del bipolarismo-spaghetti schizofrenico
all'italiana c'è una frase: "Io credo nelle persone,
però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che
mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza..."
(Nanni Moretti, Caro Diario). Per non parlare dell'altra
frase in cui si lamentava dal palco sul fatto che certi politici
erano venuti con le loro facce a rovinare la festa dei Girotondi
alla megaconvention di S.Giovanni, con un Rutelli seduto dietro
con la faccia proprio nera. Adesso hanno tutti la stessa faccia
democratica. "Imprecherai tra i progressisti, maledirai
la Fininvest", cantava ai bei tempi Maciste contro tutti.
E noi, patrioti-provocatori del PdA, da soli mettevamo
a nudo il bipolarismo sfidandolo con la sacrosanta nudità
politica di Moana,
Barbarella e Eva in pelliccia tricolore davanti a qualche
centinaio di pischelli fradici di pioggia e di testosterone a
mille, in una Piazza del Popolo giustamente deserta d'altro popolo
che quello che quel giorno faceva sega (a scuola).
Con il pronunciamento anti-astensione del terzo dei
tre campioni-candidati della colonizzazione freudo-marxista della
cultura italiana (con origine comune in quella crisi del PCI che
doveva, dalle crisi mistiche degli anni sessanta in poi, partorire
il nuovo processo egemonico della piccola-borghesia di sinistra
a colpi di outing e contro-outing che con la "proletarizzazione
dei ceti medi" continuava in realtà l'opera di imborghesimento
dei proletari e di urbanizzazione centralistica del territorio,
quel genocidio delle identità popolari italiane denunciato
dall'ultimo P.P. Pasolini
e che oggi si compie nel bipolarismo liberal-libertario del PdL/PD)
si conclude, dai conservatori ai progressisti, l'appello per il
ritorno all'ordine unico Destra/Sinistra: da "Tifiamo
rivolta!" a "Chi c'è c'è, chi non
c'è non c'è". Ovvero, chi è dentro
è dentro, chi è fuori è fuori: e poi non
vi venite a lamentare!
Per chi avesse ancora dubbi, questo arrogante serrare
i ranghi dell'intellighènzia fallica e mediatica (da noi
definita MinCulPop laico-teologico-omofobico-narcisista nel
comunicato Il Partito dell'Ex
Voto, ancor più manierista di quelli pangermanico
o imperial-romano dei totalitarismi del Novecento) contro l'astensionismo
è la vera controprova di quanto ci sia di politicamente
altro dal solo tema di una riforma della legge elettorale in questa
campagna in cui il sistema-politica italiano mostra muscoli e
guru al di sopra (o al di là, come Ferrara) di ogni sospetto.
E di come si stia manifestando, per la prima volta
in Italia, la forma di una nuova irriducibilità politica,
vero contenuto dell'astensionismo del 2008, tra un modello politico
bipolare di stampo oligarchico, orwelliano, circense e anti-popolare
(i nuovi/vecchi conservatori) e un movimento popolare diffuso
e interclassista (non generazionale come quello studentesco
del '68), che sotto il marchio infamante di anti-politica
(anche l'Azione Cattolica di Cosenza lo è?),
manifesta civilmente una comune, diffusa e inascoltata volontà
di democrazia degli umili e degli sfruttati, non strumentalizzabile
ai propri scopi da nessun progetto egemonico di tradizione ideologica
o liberal-mercantile novecentesca, da nessuna Pornocrazia.
Nel manifesto di fondazione del Partito dell'Amore
del gennaio 1992, l'Ellisse
dell'Amore, prevedendo che avremmo rappresentato, come
poi fu, il puro e semplice voto di protesta contro il consociativismo,
prima che il consociativismo si traducesse nel blocco bipolare
del "conflitto d'interesse" passando per la liquidazione
espiatoria dei socialisti di Craxi nel 1993 (il "tutti
sapevano e nessuno parlava"), avevamo già avvertito
che c'era nella politica italiana filo-Maastricht (il trattato
fu firmato il 7 febbraio 1992) e pre-Tangentopoli, un problema
di mancanza di nuovi valori politici irrisolvibile con
il riformismo e con l'ecomomia politica, laddove scrivevamo:
"Infatti se avremo seggi, saranno al centro
del Parlamento. E che la logica delle Ideologie, circolare per
definizione, modifichi pure le sue geometrie tradizionali: noi
non saremo tolemaici nei tempi di Copernico: che il Sistema
si trasformi pure in un'Ellisse: in un centro, tutti i Partiti
e tutte le simulazioni "ideologiche", nell'altro centro,
quello autentico, il Partito dell'Amore e i suoi sostenitori.
[…] Se il Partito dell'Amore non potesse esistere oggi,
domani qualcun altro dovrà inventarselo."
Ma il vero problema (pseudo-edipico) del borghese
piccolo piccolo Nanni Moretti (e della sua generazione di intellettuali-comici,
ormai quasi inguardabili prodotti dell'ironia senile e anti-erotica
alla Woody Allen, nonostante Buster Keaton) era solo e per sempre
portare al centro della rappresentazione politica nazionale
il proprio conflitto (pseudo-edipico) con il Re Media Berlusconi
(per non parlare di quello con il Femminile), come in ogni ordine
di simulazione vittimale che si rispetti (vittima/carnefice,
giullare/Re, operaio/padrone, destra/sinistra, maschile/femminile
e via via separando).
Così legittimando nei fatti un'idea riduttiva
e borghese-urbana di una politica appiattita sull'economia politica,
ovvero di critica all'economia politica attraverso un'altra
economia politica, sotto il segno della stessa ricerca di egemonia
sui rapporti di produzione (anche ignorando l'ormai trentennale
implosione degenerativa di quei rapporti, il post-moderno).
E così riconfermando la
già citata tesi di Pasolini secondo cui i quartieri
intensivi della periferia romana erano la faccia progressista
dello stesso genocidio del popolo italiano prodotto dall'omologazione
di tutto il pensiero politico a quello della cosiddetta modernizzazione,
dello "sviluppo senza progresso", di quell'inurbamento
di deportazione centralistica della forza-lavoro che scaricava
(e scarica, come in Campania) sul territorio tutte le sue contraddizioni
(inquinamento, criminalità, precarietà, ecc.),
lo stesso mito del politicamente-produttivo di oggi nel quale
si omologano le due forze liberal-assistenziali che si candidano
a rifare la Terza Repubblica con il solito strumento della Prima:
la crescita del P.I.L.
Magari con la scusa di contrastare la nascita di
nuove superpotenze come la Cina, dove quella superpotenza dovrebbe
nascere dalla pratica dei nostri stessi modelli suicidi della
deportazione di massa dalle campagne, da uno sfruttamente ancora
peggiore degli ex-contadini, da un'inquinamento prodotto proprio
dalla ricerca forsennata di nuove fonti energetiche e con almeno
tre rapporti (Agenzia internazionale per l'energia, Stern e
Living Planet WWF) che ci avvertono che nel 2050 avremo cambiamenti
climatici che ricadranno sulla possibilità di reperire
risorse rinnovabili quali acqua e legno (e quindi cibo) e con
una crisi d'estrazione già annunciata nel 2015 per i
giacimenti petroliferi di USA, Russia e Messico.
Tutto ciò detto, con il sostegno miope dei
sudetti intellettuali metropolitani, in origine sedicenti "indipendenti"
o "autarchici", e oggi di segno politicamente equivalente
alle pornostar di Partito (si pensa anche alla recente svolta
siffrediana nella quale si è mediaticamente riciclato,
non a caso, proprio Moretti), difatto in questa campagna politica
2008 la Repubblica Italiana è passata ufficialmente dalla
Partitocrazia alla Pornocrazia.
Almeno secondo noi, che con il PdA abbiamo combattuto
dall'interno questa trasformazione in atto in tutte le grandi
democrazie occidentali, quando con l'elezione di Ilona Staller
ha cominciato a manifestarsi apertamente in Italia.
E come? Portando nel cuore del maggiore prototipo
o modello di "conflitto e convergenza di interessi"
tra politica, lobbismo, spettacolo, pubblicità e libero
mercato della Prima Repubblica (la cosiddetta "pornografia
di massa" più famosa del mondo, che si esprimeva
nel liberal-libertarismo che appoggiava la Staller) quella componente
di coscienza repubblicana universalista, che con la sovranità
nazionale contrasta i principi della mondializzazione del modello
competitivo liberale e sovranazionale (contributo specifico
del PdA di Moana Pozzi, vedi
manifesto di fondazione del PdA del 1991), che mancava in
Italia alla fine degli anni ottanta, alla fine degli anni sessanta
e alla fine degli anni dieci del duemila, cioè oggi.
Prova ne sia che ancora oggi noi del PdA, patrioti
repubblicani di estremo centro, ci battiamo contro quel
"MegaPornoKolossal" del consociativismo, film
che alcuni italiani hanno dato a Pasolini motivo di concepire
ma non tempo per realizzare, stessi italiani e figli che adesso
si accingono a realizzare quello stesso spettacolo di Pornocrazia,
magari nella formula tv più attuale e scadente del reality
al quale si apprestano controvoglia a partecipare, votando passivamente
e inutilmente.
E poi non venitevi a lamentare che noi del PdA non
ve lo avevamo detto.
- Altra analisi dell'astensionismo attivo, dal
titolo Quanto conta il voto del partito di chi non vota, che
parte con l'intenzione di fornire un'analisi seria del "fenomeno"
e finisce semplicemente senza riuscirci. Non è facile ridurre
ad un catalogo, a forme di una nuova moda politica un fenomeno
che è irriducibile a qualsiasi Doxa perché ne è
l'esatto contrario, perché nasce proprio come deriva di
un linguaggio politico ridotto alla ri-produzione, alla simulazione
di conflitti che non avvengono più nella realtà
ma prevalentemente nella simulazione mediatica della realtà.
Sintomatica è infatti la definizione che l'autore dà
dell'astensione: "Questi tre tipi di astensionisti risultano,
tutti, attraversati da un sentimento comune e condiviso. La
frustrazione prodotta dall'assenza del Nemico.".
E' vero esattamente il contrario: la motivazione per tanta evidenza
dell'astensionismo, che non è un partito rappresentato,
è data proprio dalla comparsa di un nuovo Nemico iperpolitico:
la prima forma esplicita di un blocco bipolare e bipartitico che,
a differenza che in altre democrazie moderne, non appartiene alla
recente tradizione politica e popolare italiana (che pure gli
ha dato i natali con la borghesia rinascimentale).
Del tutto fuori epoca l'invito a Veltroni ad essere più
battagliero o agli astensionisti a seguire Montanelli: forse non
si è accorto, l'autore, tutto chiuso nel suo linguaggio
mediatico, che Montanelli è morto e che anche il Quarto
Potere, in ragione delle sue analisi della realtà sociale,
si avvia sulla stessa strada.
Sentir consigliare ancora agli elettori di votare turandosi il
naso ricorda quella Regina francese che mandò a dire al
popolo che se non aveva il pane poteva mangiare le brioche, stando
con la testa quasi nella ghigliottina.
Ci sentiremmo molto a disagio, nei panni di questo autore....
- Ecco un altro cavaliere crociato dell'informazione
elettorale che con begli argomenti e gran titolo (Il fantasma
del non voto) si occupa di liquidare l'astensionismo, nevrotizzandosi
tra senso del dovere elettorale anni cinquanta (quando agli scioperi
di Brescia si sparava ancora ad altezza d'uomo) e l'illustrazione
alla Jacovitti dell'attuale campagna elettorale , meritando perciò
tre stelle perché finisce per elencare, per effetto di
capovolgimento retorico a cui un tasto espressionista troppo spinto
conduce, molte buone ragioni a favore dell'astensione.
- Finalmente un
articolo di estremo-centro! Credevamo di essere eraclitei
solo noi ma dobbiamo ammettere che Gianni Baget Bozzo ci ha fregato,
quanto ad oscurità e mistero nel merito delle alchimie
elettorali. Di certo c'è solo il titolo (che nulla c'entra
con l'articolo) e le tre righe della sua opinione sull'astensione,
che riportiamo:
- dall'articolo in "ilGiornale.it": I pericoli dell'astensione
[...] Tuttavia mi colpisce il fatto che le forze politiche
del centrodestra non insistano, come i loro predecessori sin dai
primi anni della Repubblica, a un appello contro l’astensione.
Perché quello è sempre il rischio che conta, tanto
più che l’antipolitica, nata a sinistra, è
certamente passata anche a destra. [...]
"S'ode a sinistra
uno squillo di tromba, a sinistra gli risponde uno squillo!".
Anche Boselli si pronuncia contro l'astensione, lo stesso giorno,
con la stessa agenzia. Titolo: ELEZIONI: BOSELLI, NAPOLITANO
SAGGIO, TUTTI I VOTI SONO UTILI. Ma non correvano tutti da
soli?
Quasi con la volontà
di squalificare (se non sottovalutare ) l'argomento astensione
con un pesce d'aprile, ecco arrivare l'agenzia dal titolo esplicito
"VELTRONI, NO ALL'ASTENSIONE E' UN MOMENTO DECISIVO"
con il pronunciamento di Walter Veltroni sull'astensione dal voto:
-
Non certo per fare della facile provocazione, quanto perché
non potevamo riportare le posizioni dei vescovi della CEI sotto
l'argomento REAZIONE
della sezione Prassi per il semplice motivo che non si tratta di
argomenti reazionari bensì favorevoli alla riforma elettorale
e al cambiamento (?) dell'attuale rapporto sfavorevole all'elettorato,
ne diamo qui segnalazione con il beneficio d'inventario, come se
fosse l'opinione di un organo governativo estero del quale sapremo
verificare la futura coerenza:
- dall'articolo in "La Stampa.it": La Cei: il sistema di voto deve
offrire più democrazia al Paese
ROMA
Sarebbe «auspicabile» cambiare la vigente legge elettorale,
secondo monsignor Giuseppe Betori, «per tornare a dare un
pò di democrazia a questo Paese». Senza le preferenze
«c’è un potere oligarchico di fatto», ha
detto il segretario generale della Cei durante la conferenza stampa
che ha concluso i lavori del Consiglio permanente dei vescovi italiani.
«Il prossimo Parlamento dovrebbe cambiare la legge elettorale
e ridare la scelta ai cittadini», il suo auspicio.
Monsignor Betori ha poi ribadito che la Chiesa cattolica «non
si schiera per nessun partito».
- A vent'anni
dallo "scambio simbolico" Jean Baudrillard ci consente
di nuovo, nel 1995, di metterci con lui in un coraggioso e solido
gioco al rialzo con la "realtà" sociale, mantenendo
con coerenza la sua posizione negli anni, insegnamento molto raro
tra gli intellettuali-dipendenti della nostra epoca e del quale
continuiamo ad essergli molto grati, nella speranza di riuscire
ad essergli addirittura debitori nella pratica di una dissidenza
indipendente, costruttiva e civile:
-
Il contadino filosofo Jean Baudrillard ci fornisce, già dal
1976, una analisi ancora molto sottovalutata del processo di nullificazione
per omologazione dei principi di separazione progressisti/democratici,
politica/realtà, struttura/sovrastruttura, valore d'uso/valore
di scambio, razionalità/inconscio, ecc., segni di separazione
tra sistemi di simulazione binaria delle opposizioni su cui hanno
potuto poggiare pericolosamente (e vivere di rendita) le democrazie
borghesi occidentali (ecomonico-politiche e geo-politiche) fino
al punto in cui quelle opposizioni sono diventate inutili e obsolete,
punto che oggi è stato raggiunto e superato da una sottocultura
che continua a governare la realtà con strumenti, come le
campagne elettorali e il bipolarismo, che bloccano qualsiasi possibilità
di rinnovamento sociale che non sia quello della crescita della
produttività:
- Pasoliniana
IV - PPP spiega ad Enzo Biagi la natura intrinsecamente autoritaria
del mezzo televisivo in quanto strumento di propaganda di valori
sociali in un modo che non è mai stato tanto unidirezionale
nella storia dell'umanità. (1971, durata 5,06)
-
14 marzo RIFLESSIONE
- Pasoliniana III - PPP su quell'ultima
spiaggia dalla quale è ripartito il PdA (la spiaggia desolata
della penisola di Moana...). (durata 1,71)
-
13 marzo RIFLESSIONE
- Pasoliniana
II - Da PPP a Moana, da un funerale (della democrazia) all'altro.
(1975, 4,12)
-
13 marzo RIFLESSIONE
- Pasoliniana I - Inauguriamo questa rassegna
nel modo migliore: dove si tratta del difficile rapporto tra odio
di classe e amore per il vero e per il bello ovvero della riflessione
sui fondamenti stessi di ogni teoria politica che non si voglia
separare dalla prassi, come ancora oggi si augura di riuscire
a fare il Partito dell'Amore insieme al Partito dell'Ex Voto.
(durata 0,56)