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Manifesto del Partito dell'Amore perduto

   15 settembre 2007
      per l'apertura del sito ufficiale del Partito dell'Amore
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MANIFESTO DEL PARTITO DELL'AMORE PERDUTO

  ma sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.


Fabrizio De Andrè, Canzone dell’amore perduto
“Casta Diva, che inargenti
queste sacre antiche piante,
a noi volgi il bel sembiante,
senza nube e senza vel!”


Vincenzo Bellini, Norma



Rappresentare Moana o il politically other.
Nel Partito dell’Amore si rappresenta Moana Pozzi.
Compito specificamente politico del Partito dell’Amore è continuare a rappresentare Moana e le persone come lei.
Caratteristica politica del Partito dell’Amore è quella di essere stato rappresentato da Moana in due campagne elettorali del 1992 e 1993.
Rappresentare Moana significa continuare a fare chiarezza su chi e che cosa rappresenta Moana per tutti, per poi dire come si devono rappresentare sia lei che il suo coro.

Rappresentare chi.
Moana, come già fu vero per Pasolini, rappresenta dall’intellettuale al sottoproletario italiano: “Al raffinato e al sottoproletariato spetta/ la stessa ordinazione gerarchica/ dei sentimenti: entrambi fuori dalla storia,/ in un mondo che non ha altri varchi / che verso il sesso e il cuore, / altra profondità che nei sensi. / In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.” (da La religione del mio tempo, 1961).

Così è potuto accadere che non essendo Moana appartenuta a nessun linguaggio di classe o genere espressivo o clan, un poco di ciascun italiano sia finito per appartenerle e lei sia la Regina di Tutti: dell’imprenditore, del disoccupato, dello studente, della casalinga, della femminista, del transessuale, del rampante, del carcerato, del prete, del grande presentatore, del pornografo, del santone, del parente, del diseredato, del comico impegnato, del biografo, del grande politico, della valletta e del valletto.
Lei rappresenta chi sta in alto e chi sta in basso, chi a destra e chi a sinistra: ben piazzata all’estremo centro della mega-polis, come al Cinema Centrale, quando guardavi Moana, e solo se guardavi Moana, vedevi tutti.

Tanto per fare un esempio:
1) tutto il gossip che, dopo dieci anni di silenzio, si è ripreso a fare su di lei, nonostante o a causa della sua scomparsa (il mix micidiale e “stupefacente” di amoremorte);
2) i paria e i senza titolo che sono stati presi di peso e assoldati con pochi spiccioli per evangelizzare le masse sul Moana-pensiero;
3) ma soprattutto, i potenti che aprono ai paria i loro ricchi pulpiti mediatici nel bel mezzo dei loro ricchi mercati pubblicitari (per continuare a realityzzare tutto il Reale);
sono la migliore dimostrazione della nostra tesi:
che Moana continua a rappresentare un nuovo “uomo medio”, ovvero un nuovo totalitarismo nel bel mezzo di (e in contraddizione con) una tanto laica quanto sterile epoca neo-borghese e anti-popolare, in un medioevo ormai saturo di nonluoghi e nonpersone.
Come nel conflitto Roma/Mosca (la terza Roma) o in quello israelo-palestinese o in quello terrorismo/Stato o in quello Aids/tumore (il primo è transitivo e si prende, il secondo è intransitivo e viene) o in quello Moana/Marilyn (sempre un’asimmetria speculare, una cubatura del cerchio, una Moana al cubo dove la terza Moana è l’altra, cioè quella che rappresentiamo noi):
due diverse mediocrità ma in perfetta simmetria speculare, che tendono fatalmente ad eliminarsi: o è vera l’una o è vera l’altra, escludendo che siano false entrambe perché non siamo nichilisti ma partigiani. E infatti parteggiamo per l’altra Moana: pur sapendo che è il riflesso di un’altra mediocrità, di un’altra pornografia, crediamo che in lei c’è dell’altro.

Insomma, non c’è alcun dubbio e da parte di nessuno che, insieme a Moana, soprattutto i nuovi diseredati e precari (e noi del PdA con loro) debbano cominciare a riandare in Paradiso (quello terreno dei socialdemocratici? Quello amerikano dei quindici minuti di tv a testa? Il parádeisos francescano? Lo Janna degli Shahid islamici?).
E nemmeno può più esserci dubbio, che se Moana tira ancora, la persistenza della sua popolarità ponga perlomeno due problemi:
1) quello del suo difficile arruolamento a-posteriori nella genealogia di qualsivoglia delle attuali classi dirigenti italiane, in quanto non esistono tracce di una sua organicità strutturale con istituzioni politiche di vocazione governativa, tanto di quelle laiche (ancora troppo borghesi per lei, troppo moderne e razionaliste per non prendere sul serio che la sua caricatura protestante, che è poi quella delle donne di sinistra urbanizzate tipo sex and the city) quanto di quelle filo-ecclesiastiche (ancora troppo mancanti di carità per poterselo permettere);
2) quello dell’imbarazzante segnale che, essendo Moana come detto irriducibile ai correnti modelli dominanti, il suo gradimento sociale diffuso sia un ennesimo capitolo della perdita di contatto tra le elite sociali e la popolazione italiana.

Detto questo abbiamo anche spiegato perché l’anima politica di Moana è quella meno trattata dai media italiani (se non moralisticamente liquidata con il luogo comune di “Moana sconfitta in politica”, come se il successo politico ormai fosse legittimato solo dall’essersi intascati una pensione da deputato, magari anche solo con una mezza legislatura): perché allora il gradimento di Moana trasformerebbe di nuovo il mansueto spettatore di tette-e-culi in un altro elettore frustrato e apocalittico, pericoloso catto-comunista con pronta la soluzione finale della Parusia, del tipo “Ha da tornà Moana…”.

E così si spiega pure perché abbiamo sempre definito Trash di Regime l’interpretazione di Moana come di una Marilyn nostrana: perché contribuisce a disinnescare il vero potenziale di Moana, sovrascrivendoci quello innocuo della caricatura della diva dello spettacolo hollywoodiana (caratteristica che in genere i cinefili e i pornologi vetero-trotskisti attribuiscono misteriosamente a tutta la produzione pornografica, più preoccupati di restituire alla loro “industria cinematografica” una valenza politica già persa da quasi mezzo secolo piuttosto che di valutare correttamente il valore politico che la pornografia assume sempre più se analizzata all’esterno dell’orticello-cinema, ovvero nel gran quadro completamente mutato che la comunicazione audiovisiva svolge oggi, per esempio, nella propaganda della famigerata “esportazione della democrazia” e nelle scelte di vita di popoli con cui i pornografi e i loro neo-sostenitori fanno i conti solo quando gli arrivano a casa a mezzo servizio o gli ristrutturano l’appartamento).

Il problema è che chiunque oggi, nel dopo Torri Gemelle, usa e diffonde l’immagine e la memoria di Moana, si prende la responsabilità e il difficile compito di doverla adattare alle mutate necessità della comunicazione e della propaganda nel nuovissimo quadro della mondializzazione, e corre quindi il rischio di darle un taglio molto politiko (per non dire, a seconda del suo coraggio politico, di dare un pesante aggiustamento censorio all’integrità storica del personaggio).

Per noi del PdA è proprio lì che sta il problema politiko: nel fatto che la maggior parte di coloro che si mettono oggi a quest’opera in realtà finiscono, anche per la vicinanza storica e generazionale con Moana, per rappresentare in vario grado la loro coscienza infelice (che è quella dei maggiori media italiani nel loro complesso) rispetto al fatto di non essere stati capaci di rappresentarla degnamente quando era il momento, quando era viva e vegeta (e che oggi la coprirebbero d’oro “per un bacio mai dato”):

non il teatro ufficiale o d’avanguardia (salvo Sylvano Bussotti, quando con Moana sfanculò la grande Biennale di Venezia, dopo Carmelo Bene con il ciclo di Roberta, stasera di Pierre Klossowsky); non il grande cinema (salvo un Fellini molto tintobrassato e un Pasolini accoppato prima che potesse realizzare il suo “Mega Porno Kolossal”, e perciò assente giustificato); non la grande tv (che l’ha coperta di ammiccanti censure profeticamente bipartisan); non la grande politica italiana, che ancora si vanta di averle dato il colpo di grazia (salvo il nostro PdA, che l’ha portata faticosamente sulle schede elettorali credendoci e raccogliendo i suoi 12.393 voti personali, altrimenti cancellati pure quelli dal suo regesto e buttati nel cesso); non i grandi pornografi (che ci hanno fatto i soldi, ostacolandola e poi mollandola quando non ha voluto fare politika di scuderia cioè di lobby); ed ultimi, ma emblematici di tutti gli altri, non il grande popolo dei “fans del porno”, maschi e femmine (che si sono fatti con Moana le loro tresgressivissime pippe nelle loro tele-alcove segrete, ma poi nel segreto dell’urna si sono ricomposti molto italicamente e hanno votato chi gli dava i soldi per comprarsi le cassette VHS, politikamente traditori non volendo dire puttane e puttanieri piccolo-borghesi).

Per un bacio mai dato”, dicevamo: quanto varrebbe oggi una Moana viva per tutti i miopi ed incapaci “responsabili” dei suddetti mass-media che hanno sfruttato al minimo la sua popolarità (e i motivi politici di quella popolarità) e usandola sempre come un jolly e mai come un asso (proprio come continuano a fare oggi negli specials-senza-niente-di-speciale alla “sua” memoria, veri oscar della banalità inconsapevole e dello scopiazzato mal digerito)?

Ma Moana è morta, forse è stata politicamente ambiziosa ma certamente era una donna d’onore.

Sappiamo di fare sempre i guasta-anniversario, ma si dà il caso che l’ultima volta che Moana ha concesso, con puerile candore, l’uso pubblico della sua immagine politica e anti-politica (senza k e anti-italiana come quella di Pasolini) sia stato al nostro modestissimo PdA. Invece, quando è morta, chissà perché, ha sputato nel piatto del mercato e ha sottratto la sua storia e la sua immagine ai mezzi di comunicazione di massa, così come ha disposto la sottrazione delle sue spoglie mortali all’idolatria e alla superstizione dei mercenari dello “scoop” travestiti da compassionevoli agnelli dell’Informazione (che con questa scusa hanno infatti creato una copia trash and trailer di Moana, che si maneggia e si manipola pure meglio, per vendicarsi, avvelenare la verità e guadagnarci il doppio).

Anche per questo nella home di questo sito abbiamo messo la testa della Pozzi nel pozzo. Perché sappiamo bene che Moana è stata la nostra Salomè, con la differenza che non ha venduto la nostra testa ad Erode. Anzi, che ci ha donato la sua testa perché la mettessimo, come la luna della sacerdotessa barbara Norma, sul fondo del pozzo di Internet, luogo buono per continuare ad ossessionare il povero Erode, l’eterno collaborazionista dell’Impero, con la nostra profetica e patriottica voce.

Per tutte queste buone ragioni e dato quello che si è visto e sentito negli ultimi tre anni, i chi politici di Moana abbiamo deciso di riprovare a dirli noi, in questo sito: perché come rappresentano Moana gli altri (e come rappresentano i suoi Elettori, anche fossero stati venti invece di ventimila o venti milioni) non ci piace per niente.

Rappresentare cosa.
Moana e il Partito dell’Amore, che sono la stessa cosa politica, rappresentano l’apocatastasi della Repubblica, la fenice atomica che risorge da tutte le ceneri del dopoguerra, della guerra fredda, del brigatismo rosso, di Chernobyl, di Tangentopoli, delle Torri Gemelle … (d’altronde, la fusione nucleare è stata concepita in via Panisperna a Roma e da lì continua la reazione a catena).
Moana è il cuore caldo del tizzone spento della cultura piagnona con sovvenzione pubblica che fu buono ad incendiare di nuovo il cinema, la televisione, il teatro, la moda, lo sport, lo spettacolo, la comunicazione, la politica nella sua pur breve epoca, i sinistri anniottanta.

Perché Moana, scegliendo coraggiosamente di essere donna senza qualità è stata tutte le qualità senza la donna (ovvero senza la donna borghese metropolitana, macchina specchiante che produce l’infausta ricerca ideologica dell’identità sessuale, dominante o dominata che sia, la Medea di massa comunque intenta allo sterminio eterofobico dell’altro da sé, marito o figlio o corpo vivente che sia).
Moana rappresenta quindi qualità rivoluzionarie ed erotiche insospettabili e ancora latenti nel grande e noioso letargo della nuova borghesia onanista e transedipica italiana; rappresenta ancora capacità di indipendenza identitaria in una generazione segnata dalla rinuncia, dal retrò e dal clientelismo parassitario che ne consegue.

Ma Moana rappresenta purtroppo anche un’isola nel mediterraneo dell’alienazione; il duty free dei poveri, delle coattelle e dei pischelli; la Regina delle hostess che puoi tastare a poco prezzo senza farti arrestare all’aeroporto di Fiumicino; la puttana di corte con delega a farsi sputare in faccia in vece della corte di “nani e ballerine”, finita appunto col crudele e borghese lancio delle monetine (in origine fu il punk, anche emiliano e filo-sovietico, il vero no-future della comunicazione).

Invece la politica di Moana nasceva dal suo continuo interrogarsi e interrogare noi del PdA sulla ricerca di una soluzione - non alienata e settaria, non borghese ed isterica, quindi riformista e istituzionale (corale, retorica, commovente in senso pasoliniano, nata dalla grazia invece che dalla volontà) - al desiderio occidentale di promiscuità sessuale, all’idea dell’orgia nella civiltà della proprietà privata e del nomos: sui modelli di Tiasos saffico, Agapè cristiano, oikema giacobino-sadiano, Falansterio di Fourier, New Armony oweniana, Comune di Parigi, Comunismo orientale, Maison de Jouir del Gauguin carcerato socialista, congiura sacra batailliana, teatro della crudeltà artaudiano, ecc. ecc.

Tutte belle teorie alle quali Moana sacrificò direttamente la sua pelle bianca (anche in senso etnico) e la sua origine contadina, prima donna italiana della modernizzazione che elabora il superamento pubblico del Teorema della doppia paura dello stupro edipico da parte dei Fratelli di Vita (paura della donna per i Fratelli e paura dei Fratelli per la donna), nuova Pentesilea con Achille e i camerati attici o nuova Diana con Atteone e la sua muta di canibus fraternis o nuova Susanna con i Vecchioni talmudici [*] o nuova Marlene sepolta dalla folla eccitata della meglio gioventù nazista, in tutti i casi primo argomento politico su cui si fonda tanto ogni fenomenologia dello Stato hegeliano (sulla fine miserabile alla quale il desiderio condurrebbe l’Humanité) quanto ogni critica che oppone a quello Stato il modello mediterraneo di Repubblica, da Nietzsche a Jung passando per Lorenzo il Magnifico : “Quant’è bella giovinezza,/che si fugge tuttavia!/Chi vuol esser lieto, sia:/di doman non c’è certezza” (Canzona di Bacco, 1490).

Rappresentare come.
Nel tredicesimo anniversario della morte dedichiamo a Moana il nuovo sito ufficiale del Partito dell’Amore, del quale lei è sempre più simbolo in quanto è sempre più icona sfruttata e quindi, più in generale, Icona dell’Alienazione e dello Sfruttamento “pornografico” dell’immagine/merce, nell’epoca del tele-consumismo liberale e della propaganda globale del modello economico capitalista, in breve, icona del pensiero e del mercato unici dell’ultimo Impero dei Mondi, nostra Atlantide Virtuale o Informatizzata.

Lo dedichiamo alla Moana che è la nostra unica Cosa Pubblica, volto amato di una Repubblica o di una madre perduta nei vicoli delle guerriglie suburbane che ci fecero presto orfani e bambini-soldato in una colonia italiana zeppa di campi profughi umanitari ma povera di campi arati dove, tra le sterpaglie e i rovi, riposano inquieti i nostri e i suoi nonni, contadini di tante generazioni (non si parla della campagna industrializzata dalle multinazionali o dei Kibbutzim).

E anche alla Moana ritrovata in extremis, sola eppure credente, senza la minima ombra dell’ironia della sorte, fedele e sorridente davanti all’Altare della Patria o Rosa col tricolore in cima al Campidoglio, nell’autunno del 1993.

Se questa libertà che guida il popolo italiano nel XXI secolo ha, come statistica e Auditel confermano, il volto di Moana allora sulla bandiera che porta c’è il simbolo del Partito dell’Amore: ventiduemila rondini non saranno bastate a fare la nostra primavera nell’aprile del 1992 ma Moana, in Parlamento come in Campidoglio, sarebbe stata ben altro, anzi l’altro politico, il politically other da Bossi, Fini, D’Alema o Rutelli. E così sarà per sempre, perché in politica solo la bellezza è Rivoluzionaria, insieme a fede, speranza e carità, virtù tutte indispensabili alle uniche Istituzioni umane veramente tali: quelle fondate sull’Amore, e in cui giustizia, ragione e scienza dovrebbero tornare ad essere solo le qualità delle sue umili ancelle (invece che i pilastri sui quali il laicismo superbo della borghesia socialdemocratica fonda la sua volontà di diritti e di potenza illimitati).

Questa libertà, di cui il PdA si è fatto da subito portavoce, riguarda anche la libertà di espressione (art. 21 – Costituzione della Repubblica) e la sua drastica limitazione nel quadro del suddetto pensiero unico che sempre meno consente la corretta espressione di posizioni irriducibili a quelle del linguaggio, dei modelli e del mercato che generano e sostengono la comunicazione globale e l’esportazione della democrazia, definizione orribile che non trova di meglio di un termine preso dal marketing per definire un concetto che dovrebbe rappresentare i rapporti tra Istituzioni fatte per gli uomini molto prima che per le merci (i nostri Stati e gli altri, non “quelli del resto del mondo”).

I greci, inventori di Eros, della democrazia e della Repubblica, per secoli mai si allontanarono dalle loro coste che per pochi chilometri e, quando occuparono altre terre, persero per sempre la loro in cambio di quella, maledetta, delle Colonie e dell’Impero. Forse lo stesso errore del Razionalismo, che mentre batte la Sfinge-Moana acceca Edipo che a sua volta acceca il cosiddetto Occidente.

Anche per questo noi inauguriamo il sito con l’apertura del nostro Archivio multimediale delle campagne elettorali del 1992 e 1993 (fatte senza cellulari, note-book, sms e Internet perché non c’erano), dando pubblica visibilità (invece che edipica cecità) in rete a tutto quel materiale regolarmente ignorato o censurato dai media negli ultimi tredici anni. Stanchi del taglia-e-cuci col quale la sartoria mediatica ci continua a confezionare il Mondo che più gli fa comodo, stanchi di questi “media del novecento”, motivo per cui siamo in Internet anche con l’Associazione Moana Pozzi dal 2004 (www.moanamoana.it), diffondiamo liberamente e senza tagli questi materiali, sicuramente combat e amatoriali, ma con il pregio di far conoscere e di sostenere un'altra immagine di Moana e della suo percorso di maturazione in modo chiaro per tutti. E chi vedrà, vivrà meglio almeno i cosiddetti “enigmi” di Moana, che sembra ci assillino tanto.

Da diciassette anni accanto a Moana, noi altri, le dedichiamo il sito del nostro PdA, primo partito-ombra per la liberazione di tutte le Icone-schiave dalla Bastiglia specchiante in cui sono state rinchiuse e sfruttate, Bastiglia nella quale noi, noi loro simili, noi rivoluzionari, abbiamo organizzato la loro prima ed efficace rivolta.

Lunga vita a Moana e al Partito dell’Amore, ma con il cuore gettato oltre gli specchi!


Mauro Biuzzi, segretario nazionale del PdA
15 settembre 2007



[*] Qui si parla dell'iniziale sodalizio tra il PdA e il Partito Pensionati, rappresentazione politica in cui per la prima volta emerse coraggiosamente quell'agitato fiume carsico che ebbe la sua vera origine antropologica nelle "sale a luci rosse", dopo gli anni di piombo, ovvero quando la maggioranza silenziosa italiana (e il cinema del neo-realismo) andò provocatoriamente e felicemente ad estinguersi tra le braccia di Moana, dando vita a quella incontrollabile Maggiorata Silenziosa che, a nostro avviso, è la stessa che continua a dare oggi tante grane alla Politika italiana e che a noi ci piace continuare a rappresentare così, fuori dal coro.   torna al punto

La foto di Moana Pozzi nel
logo della testata della rubrica è di Mauro Biuzzi, 1993.

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